La guerra raccontata su WhatsApp

Francesco Fusi

“Hey, my name is Sofia. I’m Ukrainian citizen. Biagio gave me your contact”.

Inizia così la mia conversazione su Whatsapp con Sofia, Ucraina, che prova a raccontare le sue prime ore sconvolta dalla guerra. Lontana, almeno fino ad oggi dal conflitto, Sofia si trova nella parte sud orientale dell’Ucraina, la città non posso riportarla in quanto la guerra è anche virtuale, e rischierei di esporla ad un rischio troppo grosso.

Infatti incalza spiegandomi: “Sfortunatamente, non posso inviarti nessuna foto perché le operazioni di guerra cruciali sono ancora in corso e noi civili non possiamo condividere foto che indichino danni, inoltre le nostre connessioni ad Internet potrebbero aiutare le truppe russe ad individuarci”.

Nell’epoca digitale, la guerra si insidia ovunque: nelle strade, nelle comunicazioni, in una foto postata o attraverso la localizzazione di un cellulare. La società attraverso i social segue quasi live gli sviluppi di un conflitto che per adesso assume le sembianze di una guerra localizzata ma che nessuno può sapere se nell’arco delle prossime ore estenderà i suoi confini. Attraverso Facebook, Instagram, Twitter, Tik Tok si ha l’impressione di essere spettatori passivi, e si assiste alla mera spettacolarizzazione della violenza.

“Il mio popolo non ha paura della Russia. Stiamo combattendo attivamente, ognuno di noi come può; Abbiamo molte chat dove comunichiamo e restiamo informati per capire dove essere al sicuro, ci scriviamo esclusivamente in ucraino ma molti di noi parlano anche il russo. Doniamo sangue, inviamo pacchi alimentari e beni di prima necessità; stiamo facendo tutto il possibile per difendere le nostra case, e la nostra casa (intesa come Ucraina).

La storia la si può narrare da diversi punti di vista ma quello indubbiamente più veritiero e fedele ai fatti è quello dei civili, di chi scappa per trovare rifugio, di chi subisce la violenza e vede i propri cari ammazzati. Il resto sono analisi che lasciano il tempo che trovano. Scrivendomi con Sofia ho l’impressione che sia molto giovane, le chiedo quanti anni ha, mi risponde: I’m 21.  Il sangue un po’ mi si gela nelle vene. Sofia così come tantissimi suoi coetanei, nel pieno della gioventù è costretta ad ascoltare il suono delle sirene, scappare in un rifugio sotterraneo, impossibilitata magari a vedere i suoi amici o i suoi familiari. Un senso di angoscia che riesce a trasmettermi anche attraverso una fredda chat.

Continua: “Ho molti amici che sono andati a Kiev a combattere, e dicono che la situazione è pessima. I russi bombardano costantemente Kiev. Attaccano i civili e le istituzioni civili come ospedali, asili. Stanno commettendo crimini di guerra. Hanno sparato ad un orfanotrofio oggi nella regione di Kiev. È davvero spaventoso”.

La conversazione in breve tempo finisce, Sofia ha altre cose a cui pensare, nel pratico a come e dove rifugiarsi, a contattare i suoi cari per sapere come stanno. La guerra raccontata su whatsapp risuona forte anche dall’altra parte dello schermo.

La ciclicità della storia al momento non ci ha insegnato nulla

Nel mentre i nuovi tuttologi affollano stazioni radio e programmi televisivi, scrivono post e condividono video, assumendo le sembianze di predicatori o ancor di più esperti di tattiche militari. Ma essere contro la guerra vuol dire ben poco se ci si limita a invocare sanzioni economiche semplificando il tutto con un Putin boia, perché nel mentre le bombe continuano ad esplodere. Così mentre i grandi capi di stato si sfidano a colpi di machismo nei numerosi videomessaggi lanciati in rete, il numero di morti in soli tre giorni è salito a 1000, e le migrazioni di massa già si mettono in moto, un po’ verso la Polonia un po’ verso l’Ungheria. Chissà se l’Europa che grida alla pace accoglierà poi nella realtà dei fatti i probabili 5 milioni di profughi stimati dalla comunità internazionale, se Putin non cesserà il fuoco nelle prossime ore. In una guerra non ci sono buoni e cattivi, ci sono solo colpevoli e nel mezzo popolazioni dilaniate da decisioni che nessuno civile avrebbe mai preso. Lo sapevano da tempo i signori della guerra. Lo sapevano gli Stati Uniti d’America che hanno permesso che i rapporti con Mosca precipitassero vertiginosamente in questi anni, ritirandosi dal Trattato “Intermediate-Range Nuclear Forces” (Inf) con la Russia. Il Trattato che era stato siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, segnò la fine della guerra fredda; gli Usa ad oggi possono sviluppare sistemi d’arma precedentemente banditi. Ma ovviamente non si parla di un episodio, perchè ad infastidire il Cremlino sono state anche le innumerevoli sedi NATO aperte sul suolo europeo, proprio a pochi km dalla Russia. La NATO che in questi anni ha partecipato a ingloriose guerre come quella in Iraq, Libia e l’ultima in Afghanistan difficilmente può avere credibilità dal punto di vista diplomatico. Negli anni a suon di parole in politichese come operazioni “fuori-area” ( quella prima in Bosnia e poi in Kosovo) e “sicurezza cooperativa”, ha dato il via ad un’espansione ingiustificata dei suoi territori. Ungheria e Polonia sono stati i primi Paesi che nel  ’99 diventarono membri dell’ex Patto di Varsavia. Poi è stata la volta di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia; ed ecco che la più grande estensione della NATO è servita. Nel 2009 anche  l’Albania e la Croazia, poi tocca al Montenegro. Dall’altra parte il despota russo, in questi anni ha bandito dalla scena politica tutti i suoi rivali, a suon di repressione ha silenziato il malcontento della popolazione. Negli ultimi giorni con una hitleriana negazione dell’identità Ucraina ha fatto ritornare il terrore in questa parte di mondo, sfoggiando esclusivamente i muscoli. Le bombe che sta lanciando credo lo descrivano meglio di molte parole.

La guerra che nelle analisi social assume le sembianze di un conflitto tra fazioni, non rappresenta nessuno. Questo ennesimo conflitto non fa altro che smascherare i potenti capi di stato, che mentre si riempiono la bocca di parole lasciano morire comuni mortali che con gli interessi della polvere da sparo non hanno nulla a che vedere.

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