Da “Las Tesis” a “Delight Lab”: il ruolo dell’arte nelle proteste cilene

Francesco Fusi
Dal 18 ottobre 2019 ad oggi, il Cile e i cileni tutti, sono stati travolti da un caos politico e sociale che ha destato grande smarrimento ma anche preoccupazione. L’assalto alla metro degli studenti della secundaria, scavalcando i tornelli in segno di protesta contro l’aumento del biglietto, ha segnato una svolta. Nel silenzioso Cile, com’era negli ultimi anni, simbolo di un fantomatico “progresso neoliberista”, sono ritornati i militari nelle strade. Questo non ha fatto altro che riportare alla mente quell’oscura dittatura. 30 anni sono troppo pochi per dimenticare Victor Jara, le torture nello stadio e nelle caserme, migliaia di desaparecidos. In 30 anni, quella stessa costituzione è rimasta invariata. Durante questi anni ci sono stati sicuramente progressi, in termini economici, sociali; nonostante ciò, la privatizzazione dell’acqua come bene pubblico, le taglienti disparità sociali, l’istruzione e la sanità pubblica ghettizzate dagli interessi privati, tutti questi fattori non hanno fatto altro che creare nuovi malcontenti, soffocati negli anni. Dunque la transizione democratica dal 1990 ad oggi, sicuramente è stata inconcludente, o quantomeno non si è avuto il risultato sperato. Lo Stato, con l’attuale presidente Piñera, non ha fatto altro che usare quella mano repressiva che i cileni ricordano bene. Le manifestazioni che oramai continuano da 9 mesi, dimostrano che quel compromesso con uno stato poliziesco non regge più. Dunque nasce la richiesta di un Referendum, che possa cambiare quella costituzione; che possa rimettere, per quanto possibile, nero su bianco un cambiamento che è richiesto oramai a gran voce. Impossibile non ascoltare le centinaia di manifestati accecati dai proiettili di gomma, inaccettabile non inorridire per più di 400 denunce per gli abusi sessuali subiti all’interno delle caserme. Ma la storia ci insegna che i popoli latinoamericani sono resilienti, nei grandi momenti di difficoltà spiccano per ingegno, voglia di giustizia. In questo quadro, l’arte ha sempre giocato un ruolo fondamentale, e gli artisti tutti, hanno sempre rappresentato una voce collettiva piuttosto che un’espressione del proprio punto di vista, fine a se stesso. Andando al dunque: anche questa “primavera cilena” seppur sporcata di sangue, ha prodotti modelli interessanti, che rappresentano delle voci non ascoltate dalla società. Vere e proprie grida di cambiamento. Iniziando da Las Tesis. Questo collettivo composto da quattro ragazze, trasforma in performance teorie femministe. Virale è diventato “Un violador en tu camino” ( https://www.youtube.com/watch?v=_0ed59v2hQE&t=188s)   un vero e proprio inno globale contro gli stupri, il femminicidio, la violenza di genere, dove in realtà si denunciano anche le fondamenta di una società ancora fortemente machista. L’urlo: “lo stupratore sei tu”, è stato ascoltato, dopo la prima performance a Valparaiso in Cile, in tutto il mondo. Da Dublino a Mosca, Da Buenos Aires a Roma passando per Istanbul. La loro denuncia contro le logiche oppressive e dittatoriali del patriarcato, ha riconsegnato alle agende politiche dei vari stati, un “nuovo” ma purtroppo sempre vecchio, problema mondiale. Di poche settimane fa è l’assurda notizia di denuncia contro il collettivo per “attentato contro l’autorità e minacce contro il corpo dei Carabineros”. Attraverso le loro performance, le parole di ribellione contro il sistema, sono state valutate eccessive da carabineros. Impediti dalla quarantena e pur non essendoci fisicamente in piazza, le ragazze hanno ricevuto solidarietà da tutto il mondo. Las Tesis non sono le uniche vittime della repressione poliziesca.  Il Delight Lab, è uno studio audio-visivo indipendente, che durante questa quarantena ha tradotto le necessità e le urla di protesta della popolazione, attraverso scritte luminose proiettate su grandi edifici. La più celebre, quella che tra l’altro è divenuta un vero e proprio slogan della protesta è: “No volveremos a la normalidad, porque la normalidad era el problema” (non torneremo alla normalità perché proprio la normalità era il problema). Questa scritta proiettata a grandi caratteri sulle pareti dell’edificio Telefonica, a Santiago de Chile, ha suscitato apprezzamenti soprattutto tra i manifestanti. Non sono mancate però le minacce, i tentativi di sabotaggio in rete, la censura. Infatti in un comunicato, i due fratelli, proprietari del Delight lab, esprimevano preoccupazione non solo per il loro lavoro, ma anche per la loro incolumità. Dopo la celebre scritta divenuta uno slogan, i due artisti hanno proiettato frasi come “Dignidad” y “Hambre”, (dignità e fame) proiezioni che sono state occultate dai carabineros, proiettando luce bianca sulle scritte, in modo da coprire il messaggio del collettivo. Loro hanno fatto ricorso alla corte di appello di Santiago affinchè sia garantita la libertà di espressione. The last but not the least, sono tantissimi gli scrittori e musicisti che durante questi mesi hanno espresso solidarietà alla causa del popolo cileno. Poche settimane fa abbiamo infatti intervistato David Azan (musicista) e  Marcelo Coulón (storica voce degli Inti Illimani), loro insieme a Jorge Baradit, Alfonso Perez e Pato Martinez, hanno composto la canzone “Plaza Dignidad”, un vero e proprio inno alle idee di dignità che si respirano in questi mesi in Plaza de la Dignidad, epicentro e punto di ritrovo dei movimenti sociali che hanno preso parte alle proteste cilene. Un  testo che celebra il risveglio politico del popolo cileno durante questi mesi. https://www.youtube.com/watch?v=GZFMq674AyM Ancora una volta l’arte, nelle sue forme più bizzarre e disparate, si rende portavoce dei sogni ma anche delle frustrazioni dei popoli che cercano di riaffermare la proprio dignità. O  semplicemente di ribadire il “diritto di vivere in pace”, come cantava il saggio Victor Jara.

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