Cile: la battaglia per la democrazia senza leader

Francesco Fusi
Nel caotico Cile delle proteste senza fine, si avvicina una data importante: il Plebiscito Costituzionale del 25 ottobre. Una data richiesta a gran voce da una maggioranza sempre più ampia della popolazione. Seppur la destra, quella istituzionale ma soprattutto quella callejera (da strada), abbia provato a inserire la sua mano, con attacchi mirati e piccoli sfregi, è chiaro a chi da tempo oramai segue la situazione cilena, che il popolo vuole a gran voce cambiare questa costituzione. Il primo passo dev’essere costituito da quello che, più che un voto, è diventato uno slogan:#APRUEBO. Ovvero approvare una nuova costituzione rimandando così il ritorno alle urne al 25 aprile 2021. Solo ad allora si potrà scegliere tra una Convención Mixta Constitucional dunque composta in parti uguali da parlamentari e cittadini eletti, oppure scegliere la Convención Constitucional composta unicamente da cittadini eletti attraverso il voto popolare. Ricordiamo però che tutto questo fermento potrebbe non nascere mai qualora dovesse avere la meglio il rechazo: rifiuto una nuova costituzione. Una soluzione che ad oggi appare impossibile, principalmente per la forte volontà popolare che si evince in ogni angolo del Paese, la volontà di cambiare quella Costituzione che riporta la mente a quegli anni bui, in cui a comandare c’era un sanguinario dittatore: Augusto Pinochet. Incredibile come la partita politica si stia giocando fuori le mura del parlamento. Il Cile delle proteste non si riconosce in rappresentanti politici, una battaglia per la democrazia che non ha leader, ma ha il volto di migliaia di cileni e cilene. Nelle piazze e nei quartieri si organizzano assemblee chiamate anche cabildos in cui si tracciano le principali rivendicazioni delle proteste, conferenze di professori universitari e storici fanno luce sui pilastri della dittatura che continuano a intaccare la democrazia; collettivi studenteschi che rivendicano un diritto allo studio pubblico e orizzontale, coordinamenti e reti femministe che vogliono parità di genere e diritti negati. Addirittura la politica ha investito anche il mondo del calcio rappresentato dalle hinchadas, ovvero gli ultras che si uniscono ai momenti di analisi e confronto. A tutto questo si aggiunge la battaglia Mapuche che con i suoi leader in sciopero della fame ha sottolineato come in cima all’agenda politica extra-istituzionale ci sia la lotta per riconoscere la vera identità nazionale. Tutto questo fermento ovviamente è stato frenato dal lockdown e dalle restrizioni per combattere il Covid-19. Un fermento frenato ma mai spento del tutto, in quanto nonostante le restrizioni, in Plaza de la Dignidad si continuano a riunire manifestanti, così come in tanti angoli del Paese. Non solo dibattiti ma anche le rivendicazioni partono tutte dal basso, quasi come se la macchina legale e burocratica del Paese venga scavalcata dalle azioni delle organizzazioni da strada. Un esempio pratico è la storia di Fabiola Campillai, la giovane ragazza che ha perso entrambi gli occhi a causa di una bomba lacrimogena sparata dal carabiniere Patricio Maturana. Fabiola aspettava l’autobus per andare a lavoro quando le arrivò in pieno viso un lacrimogeno che avrebbe potuto ammazzarla sul colpo. Il 5 settembre la Corte di San Miguel ha ritrattato l’arresto preventivo del carabiniere prelevandolo dal carcere e decretando per lui l’arresto domiciliare. La notizia non è stata ovviamente presa bene dalle organizzazioni femministe e dai gruppi  in difesa dei diritti umani. Pochi giorni dopo un’ondata di ragazzi e ragazze si è riversata nel quartiere dove attualmente vive il carabiniere P.Maturana, intonando slogan e avvisando la popolazione del quartiere che “a lado de su casa vive un asesino” (accanto alle vostre case vive un assassino). Più dure di qualsiasi processo sono state dunque le parole di quegli attivisti che hanno screditato pubblicamente il carabiniere coinvolto nell’omicidio mancato. Quello che è chiaro oramai è che i media mondiali non hanno alcun interesse a trattare la situazione cilena, gli stessi media che negli anni addietro illuminavano il Cile come rappresentante di una stabilità che nel continente non esiste. Così bisogna ringraziare i cileni sparsi nel mondo, che nella maggior parte dei casi, riuniti sotto il nome della rete Chile  despertò, diffondono notizie che arrivano dal lungo petalo di mare. Le diverse organizzazioni infatti, mentre i media mondiali tacciono clamorosamente, senza dedicare un trafiletto alla nuova storia che i cileni stanno scrivendo,  hanno aiutato a far luce sui tanti casi di tortura. Degli ultimi giorni infatti è la notizia che la “Controlaria General de la Republica” ha aperto le indagini per 7 generali dei Carabineros, coinvolti nella violazione dei diritti umani avvenuta nei giorni seguenti allo scoppio dell’estallido social. Queste indagini sono iniziate grazie alle denunce anonime di organizzazioni di diritti umani sparse nel mondo.  Non è un caso dunque che anche molti cileni stiano valutando l’operato delle forze armate. Sarà mica casuale che sono così diminuite del 71%, (rispetto all’anno scorso), le iscrizioni all’accademia militare? Insomma quello che appare evidente è che il 18 ottobre scorso ha segnato una nuova storia che i cileni stanno scrivendo. Una storia che ad oggi ci parla di interesse popolare nella politica, una storia fatta di partecipazione attiva, attivismo allo stato puro. Quella fetta enorme di popolazione che grida all’Apruebo non manifesta solo per un salario degno, una pensione giusta e un modello in cui le disuguaglianze siano meno taglienti; questo movimento rimette in discussione l’intero modello neoliberista e forse anche per questo la loro battaglia ha meno risalto nelle principali emittenti televisive. Solo la storia ci dirà chi avrà ragione, per il momento non ci resta che aspettare pazienti il 25 ottobre.   

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