Napoli suona l’allarme

Francesco Fusi
Nella prima notte di coprifuoco di venerdì 23 ottobre, Napoli esplode. Centinaia di persone si sono riversate nelle strade spontaneamente per protestare contro la chiusura delle attività imposta alle ore 23:00. Non è stata una saggia mossa quella di Vincenzo De Luca, annunciare un quasi-certo lockdown per almeno 40 giorni. Le preoccupazioni di commercianti, studenti, lavoratori e disoccupati si sono trasformate in rabbia. Le scene della guerriglia urbana nella notte tra il 23 e 24 ottobre hanno fatto il giro del mondo. Cariche della polizia, petardi e cassonetti bruciati, il giorno dopo Napoli si sveglia in uno scenario di guerra a pochi passi dalla sede della regione nello storico rione Santa Lucia. Oltre ai danni materiali all’indomani della guerriglia Napoli si accolla anche i danni morali. La stampa spettacolarizza la violenza, accusa infiltrazioni criminali e addita gli ultras di aver guidato gli scontri in piazza. Insomma tv e giornali creano sin dal principio un identikit del manifestante/delinquente che circola in rete; molti napoletani sui social si indignano per le scene della protesta avendo a cuore l’immagine della città, che per l’ennesima volta apparirà agli occhi degli “altri” un vero coagulo di delinquenti. Anche Roberto Saviano è intervenuto sui fatti di Napoli, come lui stesso ha affermato a diverse testate nazionali: “la camorra non c’entra, è la disperazione”(.https://www.open.online/2020/10/25/scontri-napoli-coronavirus-roberto-saviano-intervista/. Non perché l’abbia affermato lo scrittore, ma la camorra ha poco a che vedere con la manifestazione di giovedì notte. Ad un’organizzazione criminale come la camorra servono piazze tranquille e pochi controlli per continuare con i propri traffici illeciti, di certo non luoghi militarizzati e controlli estesi su tutto il territorio. Dunque la domanda diventa scontata: ma è davvero così semplice analizzare le cause di un malcontento che in realtà ha radici secolari? Le parole del governatore De Luca infatti, e la scelta di comunicare un ipotetico nuovo lockdown neanche possono essere viste come la causa principale, ma semplicemente la goccia che ha fatto più che traboccare, esplodere il vaso. Per capire cosa accade al Sud andrebbero ripresi dei libri che negli anni sono diventati vere e proprie analisi politiche, tra tutti forse “La questione meridionale” scritto da Antonio Gramsci. O la “Dismissione” di Ermanno Rea. Nel primo si analizzano le cause che hanno portato al famoso divario tra sud e nord, in cui si evince un Paese nel Paese. Nel secondo le difficoltà della Napoli operaia partendo da Bagnoli fino al corteo funebre che conclude il libro, in cui si grida alla disoccupazione dilagante e allo strapotere delle mafie in ascesa. Insomma prima di analizzare superficialmente i fatti di Napoli andrebbero comprese le cause che stanno agli albori di un malcontento. La pandemia scopre la grande falla dello Stato al Mezzogiorno. Un Sud Italia “infettato” da lavoro nero, disoccupazione, in cui il funzionamento dei servizi pubblici è scadente e dove chi nasce povero difficilmente riesce ad elevarsi economicamente e in molti casi anche culturalmente. Il disinteresse o la poca efficacia della classe politica negli anni ha contribuito ad innalzare lo scontro sociale, che Napoli fosse una bomba ad orologeria questo si evinceva dapprima della pandemia. La crisi del sistema sanitario al Sud ha solo incrementato quella percezione dei cittadini del mezzogiorno di essere totalmente abbandonati al proprio destino. Va dunque ricordato che il 60% dei lavoratori campani lavora in nero, stiamo parlando del 10% del PIL della nostra regione (https://www.ilriformista.it). Gli ultimi dati pubblicati da Eurostat dimostrano come Campania, Calabria e Sicilia restano tra le 15 regioni europee con il tasso più alto di disoccupazione. Il record italiano del Sud è rappresentato dai giovani: più della metà non lavora. A questi dati si aggiunge quelli di Eurostat Regional Yearbook 2020 in cui si sottolinea come in Campania 2 persone su 5 rischiano di diventare poveri. A vedere questi dati dunque viene da pensare che la “rivolta di Napoli” sia il sintomo di un’altra epidemia: la fame. Ci si meraviglia di tanta violenza come quella vista a Napoli l’altra sera ma si corre il rischio di dimenticare gli abusi subiti da anni di mala politica, populismo e odio diffuso in un tessuto sociale sempre più lacerato. Lo Stato condanna i fatti senza però dare il “buon esempio”. Intanto il campanello d’allarme suonato a Napoli è stato ascoltato anche in altre città italiane. Nella notte tra il 26 e 27 ottobre si sono registrati scontri a Lecce, Roma, Milano e Torino. Forse non è più il caso di parlare di camorristi, la vera violenza da condannare (oltre a dei cassonetti bruciati) è quella di vivere in povertà assoluta senza prospettive future, con l’angoscia di una pandemia che impedisce il regolare svolgimento delle nostre vite. Una famosa frase del drammaturgo e poeta tedesco Bertolt Brecht racchiude dunque l’essenza di questo articolo: “Tutti a dire della rabbia del fiume in piena, e nessuno della violenza degli argini che lo costringono”.  

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