Intervista a Marcos Jesus Fernandez Labbe, professore di storia all’Università Pontificia de Chile

Francesco Fusi

L’estallido social che è iniziato in Cile da ottobre 2019 ad oggi è stato acuito dalla pandemia che ha esasperato ancor di più il malcontento popolare, mettendo in luce tutti i deficit del sistema sanitario cileno. Attualmente il Paese si trova in situazioni di precarietà estrema, con un forte aumento delle disuguaglianze e dell’accesso ai beni primari.

Abbiamo intervistato  Marcos Jesus Fernandez Labbe, in diretta da Santiago, professore di Storia all’Università Pontificia de Chile e all’Università Alberto Hurtado, per capire meglio l’attuale situazione, con un occhio al passato e uno al futuro.

Con la pandemia da covid-19 non si sa se il plebiscito costituzionale di ottobre avrà luogo o meno. Lei pensa che, se non dovesse svolgersi, ciò darà vita a un nuovo estallido social come quello di ottobre passato?

  • Prima di tutto grazie per la fiducia e per poter parlare di un tema così rilevante. La possibilità del plebiscito per modificare la Costituzione è uno dei più importanti successi se non l’unico delle manifestazioni di ottobre. Questo cambio è stato rimandato, a causa della pandemia, che ovviamente ha unito e sommato una serie di difficoltà che effettivamente possono rimandare o togliere priorità al problema costituzionale. Da giugno siamo nella tappa peggiore della pandemia, ci sono piu di 4000 contagi al giorno ed i morti sono tra i 5000 e i 7000,  per un Paese così piccolo come il Cile sono delle cifre enormi. Più importante ancora è la situazione economica e sociale, cosa che sposta la mobilitazione verso obiettivi di sopravvivenza, lavoro, alimentazione e condizioni di vita.

Pensa che il Paese ha maneggiato male questa situazione perchè il governo ha sottovalutato il problema o perchè il sistema sanitario era impreparato a questa emergenza?

  •  Lo Stato secondo me ha maneggiato male la situazione: in primo luogo perchè ha dato priorità all’attività economica prima della preoccupazione sanitaria, proprio perchè sapevamo cosa succedeva in Spagna e Italia potevamo immobilizzare tutto e attuare misure di isolamento, ma non è stato fatto. Il 18 ottobre ha messo in luce tutti i livelli di abuso e disuguaglianza che marchiavano a fuoco la società cilena. Avremo una contrazione economica, più del 10% del PIL ed è un dato rilevante perchè prima del 18 ottobre avevamo un’economia con indicatori macroeconomici stabili (tranne l’indice di gini). Questo semestre avremo solo indicatori di crisi economica profonda, la disoccupazione raggiungerà il 20%, ci sarà il fallimento di molte imprese.

Riguardo ottobre e i metodi repressivi utilizzati, crede che si possa fare un paragone tra i metodi repressivi di ottobre e quelli del periodo della dittatura? 

  • Io sono nato nel ’73, in dittatura, quindi sono stato presente come giovane a 14/15 anni nell’ultima fase di lotta contro la dittatura e ho partecipato attivamente. Il ciclo di vita e i procedimenti repressivi dal 18 ottobre in poi hanno più familiarità con le proteste del 2006 e del 2011. Durante le manifestazioni del movimento studentesco per la gratuità universitaria ci fu una forma di repressione poliziesca simile a quelle attuale. Questo apriva e apre ancora la porta alla speculazione per il carattere cospirativo, nell’attacco alla stazione della metro c’erano infatti molti agenti infiltrati dalla polizia, dallo Stato. Quindi se vogliamo comparare la repressione del 18 di ottobre e quella della dittatura, credo che non sono comparabili. Durante la dittatura c’era un sistema articolato dall’interno dello Stato con agenti specifici, la polizia politica, il ricorso sistematico alla tortura, assassini e sparizioni.
Durante questi mesi, le manifestazioni hanno partorito diversi slogan divenuti veri e propri manifesti politici. Uno di questi è stato: ” Il Cile sarà la tomba del neoliberalismo”. Crede che può essere così?
  •  Supporre che il movimento del 18 ottobre potesse porre fine all’organizzazione neoliberale della società cilena è molto difficile per due ragioni: la prima  è che dal 18 ottobre non sono nate organizzazioni di livello regionale o nazionale che potessero rappresentare una leadership politica, intellettuale o organizzativa. Piccole organizzazioni locali non sono riuscite a costituire un fronte che permettesse di elaborare un progetto alternativo al modello liberale. Se si pretendesse di cambiare il neoliberalismo, i settori dominanti ricorrerebbero alla mano militare. Il 18 ottobre ha dimostrato che davanti alle proteste sociali il riflesso è stato mettere i militari in strada. Toccare la struttura di accumulazione di capitale del Cile, che è così proficua e ha portato il paese dal ’73 in poi a essere parte dei paesi più ricchi del pianeta, supporrebbe un cambio nel neoliberalismo che non finirebbe bene o che genererebbe un conflitto sociale maggiore. Il secondo motivo è che Il 18 ottobre ha rappresentato il fallimento del “NUNCA MÁS”, del MAI PIU’, basta violazioni diritti umani, basta violenza politica. Durante 30 anni abbiamo lottato con la nostra memoria, con dibattiti e incontri, ma alla prima opportunità ci sono i militari per le strade, incendiamo la città e abbiamo morti e feriti per strada. Questo mi destabilizza.  L’handicap del 18 ottobre è la sua non voglia di organizzazione politica. In Cile nei quartieri più ricchi il 70% delle persone partecipa alle elezioni, in quelli più poveri meno del 20%. Quello che unisce il 18 ottobre con l’inizio degli anni ’30, ’50, sono gli episodi di grande intensità nella distruzione, nel dissacramento, ma non sfociano in nulla, finiscono solo nella repressione.
 

Intervista fatta da Francesco Fusi & Rachele Renno in vista del documentario: “Plaza de la Dignidad” 

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Not readable? Change text. captcha txt

Start typing and press Enter to search